Malattia professionale e decesso del dipendente: risarcimento per la perdita del rapporto parentale

In caso di decesso del lavoratore per malattia professionale, il pregiudizio da “perdita del rapporto parentale” rappresenta un peculiare aspetto del danno non patrimoniale e consiste non già nella mera perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianità, bensì nello sconvolgimento dell’esistenza, rivelato da fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, nonché nella sofferenza interiore derivante dal venir meno del rapporto.

Lo ha ribadito la Suprema Corte di Cassazione pronunciandosi sul caso di alcune ererdi di un lavoratore deceduto, i quali chiedevano la condanna del datore al risarcimento “iure hereditatis” del danno biologico da invalidità permanente, danno morale e danno esistenziale sofferto dal congiunto nonché al risarcimento iure proprio del danno morale, psicofisico ed esistenziale.
Premesso che il pregiudizio del quale si lamenta il mancato ristoro non è riconducibile ad alcuna delle voci di danno oggetto della originaria domanda, quale sopra ricostruita, posto che il danno biologico si configura quale lesione della integrità psicofisica della persona in se considerata, indipendentemente dalle ripercussioni che essa può comportare sulla capacità di lavoro e di guadagno del soggetto e comprende anche il danno cd. esistenziale (quale componente dinamico-relazionale attinente alla vita esterna del danneggiato), appartenendo tali categorie (o voci) di danno alla stessa area protetta dall’art. 32 Cost, mentre il danno morale concerne la sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute, costituiva onere delle ricorrenti dimostrare l’avvenuta rituale allegazione, nell’ambito del giudizio di merito, dell’esistenza di un danno non patrimoniale da perdita della vita riferito al congiunto.
Relativamente al danno sofferto dalle ricorrenti per il decesso del genitore, gli Ermellini ricordano che, il pregiudizio da perdita del rapporto parentale rappresenta un peculiare aspetto del danno non patrimoniale e consiste non già nella mera perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianità, bensì nello sconvolgimento dell’esistenza, rivelato da fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, nonché nella sofferenza interiore derivante dal venir meno del rapporto. Tale danno deve essere oggetto di allegazione e prova.
In ogni caso tali motivi di doglianza appaiono privi di pregio alla luce della giurisprudenza di legittimità che nel riconoscere la tutela risarcitoria per danno non patrimoniale connesso alla violazione dei diritti inviolabili della famiglia ha ribadito che tale danno, anche quando sia determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona, costituisce danno conseguenza che deve essere allegato e provato, neppure potendo condividersi la tesi che trattasi di danno in re ipsa, sicché dovrà al riguardo farsi ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva.

In scadenza la prima rata di contribuzione al Fondo Sanilog

Entro il 16/11/2019 le aziende che applicano il CCNL logistica, trasporto merci e spedizione, dovranno versare al Fondo Sanilog, per singolo dipendente, la prima rata semestrale di contribuzione.

Le aziende che applicano il CCNL logistica, trasporto merci e spedizione, entro e non oltre il 16 novembre 2019, dovranno versare al Fondo di assistenza sanitaria integrativa Sanilog, per singolo dipendente non in prova a tempo indeterminato compreso l’apprendista, in forza alla data del 31 ottobre 2019, la prima rata semestrale di contribuzione per il periodo 1° gennaio 2020 – 30 giugno 2020, pari ad € 60.
Il suddetto versamento dovrà essere effettuato tramite modello F24.
Per riscontrare la correttezza dell’elenco della forza lavoro e conoscere l’importo totale del versamento, dal 31 ottobre entro e non oltre il 16 novembre 2019, l’azienda dovrà accedere alla propria area riservata, verificare la distinta di contribuzione del “I semestre 2020” ed effettuare la registrazione di eventuali nuove assunzioni o cessazioni.
Il ritardato pagamento del contributo da parte dell’azienda comporterà la sospensione della copertura Sanilog dei dipendenti dal 1° gennaio 2020 e la successiva comunicazione dell’omissione contributiva agli stessi tramite posta ordinaria oltre all’applicazione di un interesse di mora pari al tasso ufficiale legale, aumentato di due punti percentuali.
In caso di mancata adesione o di omissione contributiva, l’azienda ha una responsabilità diretta nei confronti dei propri dipendenti. Pertanto l’azienda che ometta il versamento dei contributi suddetti è responsabile verso i lavoratori non iscritti al Fondo della perdita delle relative prestazioni sanitarie, salvo il risarcimento del danno subito.

Ristrutturazione di fabbricati in leasing: costi ammortizzati secondo la durata del contratto

In tema di imposte sui redditi, con riferimento all’ammortamento delle migliorie su beni altrui ai fini della determinazione del reddito di impresa, la Corte di Cassazione ha affermato che i costi sostenuti per la ristrutturazione di fabbricati detenuti in leasing devono essere ammortizzati in funzione della durata del contratto di leasing (Ordinanza 16 ottobre 2019, n. 26122)

IL CASO

L’Agenzia delle Entrate ha ripreso a tassazione i costi di ristrutturazione sostenuti su beni di terzi (fabbricati), acquisiti in locazione finanziaria, dedotti annualmente in funzione dei piani di ammortamento della durata di cinque anni, sostenendo che tali costi dovessero essere invece dedotti in funzione della durata dei sottostanti contratti di leasing, pari ad otto anni.
I giudici tributari, a fronte del piano di ammortamento predisposto dalla contribuente entro un periodo di cinque anni, hanno affermato che deve farsi riferimento alla disciplina civilistica, secondo la quale i costi di impianto ed ampliamento devono essere ammortizzati entro un periodo non superiore a cinque anni, ritenendo quindi il comportamento della società accertata corretto, oltre che dal punto di vista civilistico, anche dal punto di vista fiscale.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

La Corte di Cassazione, riformando la decisione dei giudici tributari, ha osservato che in tema di ammortamento delle migliorie su beni altrui, ai fini della determinazione del reddito di impresa imponibile, la deducibilità delle spese relative a più esercizi è subordinata all’indicazione di specifici criteri cui commisurare la durata dell’utilità del bene, al fine di stabilirne la quota di costo imputabile a ciascun esercizio.
I giudici della Suprema Corte hanno precisato che a differenza dell’ammortamento per i beni materiali, con riferimento alle spese relative a più esercizi la normativa non prevede una tipizzazione dei criteri di esposizione di tali componenti negativi del reddito, con la conseguenza che la ripartizione pluriennale non può aver luogo semplicemente applicando i criteri legali stabiliti per gli ammortamenti, ma l’impresa ha l’onere di indicare criteri specifici commisurati alla durata dell’utilità del bene, al fine di stabilire la quota di costo imputabile a ciascun esercizio.
Nel caso di specie, la Cassazione ha affermato che le spese per manutenzione e riparazioni, nonché per opere e migliorie (in particolare il rifacimento di impianti elettrici ed idraulici degli immobili condotti in locazione), aventi natura straordinaria e sopportati dal conduttore in vista della relativa utilità pluriennale, possono (previo consenso del Collegio Sindacale, ove esistente) essere iscritti nell’attivo, anziché essere imputati in conto economico come componenti negativi del reddito di esercizio in cui sono sostenuti, ove l’impresa ritenga, in base ad una scelta fondata su criteri di discrezionalità tecnica, di capitalizzarli in vista di un successivo ammortamento pluriennale anziché far gravare i costi interamente sull’esercizio in cui sono stati sostenuti, a condizione che siano indicati specifici criteri, commisurati alla durata dell’utilità del bene, al fine di stabilire la quota di costo imputabile a ciascun esercizio.
D’altra parte, precisa la Corte, in presenza di un piano di ammortamento redatto in relazione alla durata contrattuale della locazione deve tenersi allora conto soltanto della prima scadenza, e non anche del periodo di rinnovo, in quanto commisurata alla possibilità di utilizzazione delle opere eseguite.

Lettera di impugnazione del licenziamento successiva alla presentazione del ricorso

La lettera di impugnazione stragiudiziale del licenziamento può essere prodotta anche in una fase successiva alla presentazione del ricorso. Nel caso concreto, la necessità di indicare e depositare la lettera di impugnazione del licenziamento è sorta per effetto delle difese della società datrice di lavoro, e, pertanto, a seguito del contraddittorio fra le parti, trovando poi attuazione con la memoria di replica alla domanda riconvenzionale della resistente, quale prima difesa o risposta successiva alla proposizione dell’eccezione (Cassazione, sentenza n. 25346/2019).

La Corte d’appello di Milano, pronunciando nella causa promossa per l’accertamento, fra altre domande, della nullità del termine apposto al contratto di un lavoratore nonché per l’accertamento della illegittimità del licenziamento intimatogli per cessazione dell’attività produttiva, ha rigettato il gravame della società avverso le sentenze non definitiva e definitiva del Tribunale della stessa sede, rilevando come il richiamo nella pronuncia di primo grado alla lettera di impugnazione del licenziamento, già oggetto di stralcio in quanto prodotta soltanto con la memoria di replica alla domanda riconvenzionale, dovesse valere quale revoca implicita di tale provvedimento, in base ai poteri conferiti al giudice dall’art. 421 cod. proc. civ. e avuto riguardo alla indispensabilità del documento ai fini della decisione.
Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la società affidandosi a quattro motivi, di cui consideriamo di seguito i primi due (considerati infondati). La Corte di merito si è uniformata al consolidato orientamento, secondo il quale, nel rito del lavoro, l’omessa indicazione di un documento, nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado, e l’omesso deposito del medesimo contestualmente a tale atto, determina la decadenza del diritto alla produzione, salvo che la produzione non sia giustificata dal tempo della loro formazione o, come nella fattispecie, dall’evolversi della vicenda processuale nel tempo successivo al ricorso ed alla memoria di costituzione; fermo restando che tale rigoroso sistema di preclusioni trova un contemperamento – ispirato alla esigenza della ricerca della “verità materiale”, cui è funzionale il rito del lavoro, teso a garantire una tutela differenziata in ragione della natura dei diritti che nel giudizio devono trovare riconoscimento – nei poteri d’ufficio del giudice in materia di ammissione di nuovi mezzi di prova, ove indispensabili ai fini della decisione della causa.
Nel caso concreto, la necessità di indicare e depositare la lettera di impugnazione del licenziamento è sorta per effetto delle difese della società datrice di lavoro, e, pertanto, a seguito del contraddittorio fra le parti, trovando poi attuazione, come è pacifico, con la memoria di replica alla domanda riconvenzionale della resistente, quale prima difesa o risposta successiva alla proposizione dell’eccezione.
Né rileva, sul piano della conformità all’art. 421 cod. proc. civ., che l’utilizzo in sede decisionale della lettera di impugnazione del licenziamento, a sostegno dell’accertata sussistenza del fatto impeditivo della decadenza, non fosse stato preceduto dalla concessione di un termine per il deposito di note difensive ex art. 420, comma 6°, cod. proc. civ., non essendo trascritto dalla ricorrente il verbale di udienza in cui venne assunto dal giudice il provvedimento di stralcio, né comunque dedotto che nei confronti del documento – al di là della questione relativa alla tardività e irritualità della sua produzione – fossero stati proposti anche temi di indagine diversi, attinenti alla sua idoneità ed efficacia probatoria, o formulate riserve di qualsiasi genere in tal senso, tali da rendere necessaria l’instaurazione fra le parti di uno specifico contraddittorio.

Paga l’IRAP lo studio associato

Costituisce ex lege presupposto d’imposta l’attività esercitata dalle società e dagli enti, comprese quindi le società semplici e le associazioni senza personalità giuridica costituite fra persone fisiche per l’esercizio in forma associata di arti e professioni (CORTE DI CASSAZIONE – Sez. VI civ. – Ordinanza 21 ottobre 2019, n. 26848)

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte, la CTR della Lombardia Lazio ha accolto l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di uno studio associato per la riforma della sentenza di primo grado della CTP di Milano che aveva invece accolto il ricorso del contribuente avverso il silenzio – rifiuto dell’Ufficio sull’istanza di rimborso che lo studio professionale aveva presentato per l’Irap versata negli anni dal 2009 al 2012. Avverso la pronuncia della CTR il contribuente ha proposto ricorso per cassazione, affidato a un motivo. L’Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.
Il contribuente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2 del d.lgs. n. 446/1997 – Decreto IRAP – , in relazione all’art. 360, 1° comma, n. 3 c.p.c., nella parte in cui la sentenza impugnata ha affermato la sussistenza del presupposto impositivo dell’autonoma organizzazione riguardo a uno studio associato.
Il ricorso viene però rigettato, in quanto, la Corte afferma il principio secondo cui “presupposto dell’imposta regionale sulle attività produttive è l’esercizio abituale di un’attività autonomamente organizzata diretta alla produzione e allo scambio ovvero alla prestazione di servizi; ma quando l’attività è esercitata dalle società e dagli enti, che siano soggetti passivi dell’imposta a norma dell’art. 3 del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446 – comprese quindi le società semplici e le associazioni senza personalità giuridica costituite fra persone fisiche per l’esercizio in forma associata di arti e professioni – essa, in quanto esercitata da tali soggetti, strutturalmente organizzati per la forma nella quale l’attività è svolta, costituisce ex lege, in ogni caso, presupposto d’imposta, dovendosi perciò escludere la necessità di ogni accertamento in ordine alla sussistenza dell’autonoma organizzazione”.