Cessione del diritto d’autore in “regime forfetario”

L’Agenzia delle entrate con la Risposta 13 dicembre 2019, n. 517 afferma che per i contribuenti che applicano il regime forfetario la cessione del diritto d’autore durante la permanenza nel regime soggiace alle modalità di certificazione dei compensi previste per tale regime ed è soggetta all’imposta sostitutiva.

La legge n. 190 del 2014, all’articolo 1, commi da 54 a 89, ha introdotto un regime fiscale agevolato, c.d. regime forfetario, rivolto ai contribuenti persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni in possesso di determinati requisiti. La legge di bilancio 2019 ha modificato, con portata estensiva, l’ambito di applicazione del regime forfetario. Tra le altre modifiche apportate, si rileva la riformulazione di alcune delle cause ostative all’applicazione del regime forfetario.
Il comma 64 dell’articolo 1 della n. 190 del 2014 stabilisce che chi applica il regime forfetario determina “il reddito imponibile applicando all’ammontare dei ricavi o dei compensi percepiti il coefficiente di redditività nella misura indicata nell’allegato n. 4 annesso alla presente legge, diversificata a seconda del codice ATECO che contraddistingue l’attività esercitata”. Una volta determinato il reddito imponibile, con le modalità sopra descritte, il contribuente forfetario applica un’unica imposta, nella misura del 15 per cento, sostitutiva delle imposte sui redditi, delle addizionali regionali e comunali e dell’IRAP ovvero del 5 per cento per le nuove iniziative produttive.
Per i contribuenti che applicano il regime forfetario in esame la cessione del diritto d’autore durante la permanenza nel regime soggiace alle modalità di certificazione dei compensi previste per tale regime ed è soggetta all’imposta sostitutiva. Di conseguenza, ogniqualvolta vi sia effettiva correlazione tra i proventi derivanti dalla cessione del diritto d’autore e l’attività di lavoro autonomo svolta, i proventi dovranno, da un lato, concorrere alla verifica del limite di 65.000 euro per l’accesso o la permanenza nel regime forfetario e, dall’altro lato, saranno assoggettati all’imposta sostitutiva, con le particolarità che le aliquote di abbattimento forfetario dei costi saranno quelle previste dall’articolo 54, comma 8, del TUIR.
In altri termini, i proventi a titolo di diritti d’autore, ai sensi dell’articolo 53,comma 2, lettera b), del TUIR, conseguiti da un contribuente che applica il regime forfetario, se effettivamente correlati con l’attività di lavoro autonomo svolta dal medesimo soggetto, saranno ridotti del 25 per cento (o del 40 per cento se sono percepiti da soggetti di età inferiore ai 35 anni), ai sensi del comma 8 dell’articolo 54 del TUIR, e tale importo sarà cumulato con gli altri compensi percepiti dal professionista soggetti alle ordinarie aliquote di abbattimento forfetario di cui all’allegato 4 della legge n. 190 del 2014, al fine di applicare all’ammontare complessivo l’imposta sostitutiva di cui ai commi 64 o 65 dell’articolo 1 dalla legge n.190 del 2014.
Nell’istanza esaminata dall’Amministrazione Finanziaria, la Società per azioni chiede di conoscere se, in qualità di sostituto d’imposta, debba effettuare la ritenuta d’acconto sui compensi, per diritti d’autore connessi all’attività di lavoro autonomo, corrisposti a professionisti che si avvalgono del regime forfetario.
L’istante in qualità di sostituto d’imposta non dovrà effettuare alcuna ritenuta d’acconto sui compensi, per diritti d’autore effettivamente correlati con l’attività di lavoro autonomo, corrisposti a professionisti che si avvalgono del regime forfetario.
A tal fine, l’istante ha l’onere di acquisire dal professionista una dichiarazione, sotto la propria responsabilità, che i compensi percepiti per diritti d’autore sono correlati all’attività autonoma esercitata in regime c.d. forfetario.
Si precisa altresì che, qualora l’istante non sfruttasse alcun diritto d’autore oppure qualora i commissionari dell’istante dovessero svolgere a favore dell’istante medesimo un’attività effettivamente riconducibile, ai fini fiscali, a un rapporto di lavoro da cui ritrarre reddito di lavoro dipendente o assimilato a quello di lavoro dipendente, gli stessi nel primo caso non potrebbero applicare le disposizioni di cui all’articolo 54,comma 8, del TUIR e nel secondo caso non potrebbero applicare il regime forfetario in esame e l’istante ricadrebbe nell’obbligo di operare ai sensi di legge la ritenuta d’acconto, a nulla rilevando la sopra menzionata dichiarazione rilasciata dai commissionari medesimi.

Credito d’imposta R&S: incluse le spese di trasferta se collegate alla ricerca

Sono inclusi nel computo del credito d’imposta in ricerca e sviluppo, i rimborsi spese per le trasferte del collaboratore estero se è provato il collegamento tra i viaggi-lavoro e l’attività di ricerca e sviluppo prevista dal contratto di lavoro con il professionista (Agenzia Entrate – risposta 13 dicembre 2019, n. 520).

I costi sostenuti per l’attività di ricerca svolta da professionisti in totale autonomia di mezzi e di organizzazione possono rientrare nella categoria di costi ammessi per contratti di ricerca “extra-muros” nella misura congrua e pertinente, purché i risultati di tale ricerca siano acquisiti nell’ambito di un’operazione effettuata alle normali condizioni di mercato e che non comporti elementi di collusione.
I suddetti contratti, ai fini dell’ammissibilità nei relativi costi, devono contenere l’impegno a svolgere, direttamente o indirettamente attività di ricerca e sviluppo e prevedere che l’effettivo beneficiario degli eventuali risultati di tale attività sia l’impresa committente.

Ai fini dell’inclusione delle spese di rimborso delle trasferte nel computo del bonus R&S è necessario che venga dimostrata la strumentalità dei “viaggi di lavoro” allo svolgimento dell’attività di ricerca e sviluppo oggetto del contratto, da considerare, solo in tale ipotesi, rilevanti ai fini della determinazione del credito di imposta in argomento.

Conservazione dichiarazioni fiscali: esclusa la firma digitale dell’intermediario

La dichiarazione trasmessa in via telematica dall’intermediario può essere messa a disposizione del contribuente su una piattaforma internet o inviata al suo indirizzo di posta elettronica, ordinaria ovvero certificata, previa “specifica richiesta” sottoscritta dal contribuente medesimo. Sulla dichiarazione in forma elettronica non va apposta la firma digitale dell’intermediario (Agenzia delle Entrate – Risposta ad interpello 12 dicembre 2019, n. 518)

In tema di trasmissione e conservazione delle dichiarazioni fiscali da parte degli intermediari incaricati, è previsto il rilascio al contribuente e al sostituto di imposta, anche se non richiesto, dell’impegno a trasmettere in via telematica all’Agenzia delle Entrate i dati contenuti nella dichiarazione, contestualmente alla ricezione della stessa o dell’assunzione dell’incarico per la sua predisposizione nonché, entro 30 giorni dal termine previsto per la presentazione in via telematica, la dichiarazione trasmessa e copia della comunicazione dell’Agenzia delle Entrate di ricezione della dichiarazione.
Le istruzioni alla compilazione dei modelli dichiarativi prevedono la sottoscrizione da parte dell’intermediario del riquadro relativo all’impegno alla presentazione telematica, presente nel frontespizio delle dichiarazioni. Tale sottoscrizione precede l’invio telematico e, dunque, non è richiesta successivamente alla presentazione della dichiarazione.
La dichiarazione deve essere conservata dal contribuente e dai sostituti d’imposta per il periodo previsto per l’accertamento debitamente sottoscritta e redatta su modello conforme, unitamente ai documenti rilasciati dal soggetto incaricato di predisporre la dichiarazione.
In considerazione di ciò l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che la dichiarazione inviata deve essere sottoscritta dal solo contribuente e/o sostituto e non anche dall’intermediario.
La sottoscrizione della dichiarazione da parte del contribuente e del sostituto d’imposta, infatti, è un elemento essenziale del modello che deve essere conservato da tali soggetti. Analoga previsione non ricorre, invece, per il modello conservato dal soggetto incaricato della trasmissione, il quale, è tenuto a conservare la”copia” della dichiarazione trasmessa, in luogo dell'”originale” sottoscritto e conservato dal contribuente e dal sostituto d’imposta”.
Dunque, la dichiarazione – trasmessa telematicamente all’Agenzia delle Entrate dall’intermediario – può essere messa a disposizione del contribuente su una piattaforma internet o inviata al suo indirizzo di posta elettronica, ordinaria ovvero certificata, previa “specifica richiesta” sottoscritta dal contribuente medesimo.
Una volta ricevuta la dichiarazione, qualora il contribuente intenda stamparla, firmarla e conservarla su supporto analogico, la medesima può, comunque, essere conservata anche in modalità elettronica senza applicare le regole specifiche del C.A.D., ma deve essere esibita esclusivamente su supporto analogico con sottoscrizione autografa. In alternativa è possibile tenere memoria delle dichiarazioni presentate su supporti informatici. In tal caso è fatto obbligo al contribuente di riprodurre la dichiarazione su modello cartaceo qualora l’Amministrazione finanziaria, in sede di controllo, ne faccia richiesta.
Qualora il contribuente, invece, intenda conservare la dichiarazione esclusivamente in formato digitale, trattandosi di documento fiscalmente rilevante, devono essere garantiti i prescritti requisiti di sicurezza, integrità e immodificabilità del documento attraverso l’apposizione della firma digitale o altro tipo di firma elettronica qualificata o una firma elettronica avanzata, apposta dal contribuente medesimo.

Lavoratore autonomo non più residente in Italia: tassazione del reddito

L’Agenzia delle entrate con la risposta 11 dicembre 2019, n. 512 ha dato chiarimeneti sul trattamento fiscale, ai fini delle imposte sul reddito, dei compensi per attività di lavoro autonomo professionale fatturati in un periodo di imposta precedente a quello di effettiva percezione, in cui il percipiente non è più fiscalmente residente in Italia

La determinazione del reddito di lavoro autonomo segue il principio di cassa. L’applicazione di tale principio implica che la tassazione dei relativi compensi deve essere effettuata nel periodo di imposta in cui gli stessi sono effettivamente percepiti (o incassati) e la deduzione delle spese in quello in cui le medesime sono state effettivamente sostenute (o pagate).
A tale proposito, secondo un orientamento costante della giurisprudenza ai fini delle imposte sul reddito, in caso di prestazioni fatturate dal professionista in un periodo di imposta precedente rispetto a quello dell’incasso, l’importo delle fatture emesse non concorre alla determinazione del reddito da lavoro autonomo nel periodo di imposta della fatturazione, bensì in quello dell’effettivo incasso.
Secondo l’ordinamento domestico, i redditi di lavoro autonomo rientrano fra quelli soggetti a ritenuta alla fonte ove corrisposti da soggetti che rivestono la qualifica di sostituti di imposta. In particolare, i soggetti che corrispondono a soggetti residenti nel territorio dello Stato compensi comunque denominati, per prestazioni di lavoro autonomo,ancorché non esercitate abitualmente, devono operare all’atto del pagamento una ritenuta del 20 per cento a titolo di acconto dell’Irpef dovuta dai percipienti, con l’obbligo di rivalsa.
Se i compensi e le altre somme sono corrisposti a soggetti non residenti, deve essere operata una ritenuta a titolo di imposta del 30 per cento. Ne sono esclusi i compensi per prestazioni di lavoro autonomo effettuate all’estero e quelli corrisposti a stabili organizzazioni in Italia di soggetti non residenti.
Ai fini di differenziare il relativo trattamento tributario – ritenuta a titolo di acconto del 20 per cento o ritenuta a titolo definitivo del 30 per cento – le riportate disposizioni attribuiscono, in primo luogo, rilevanza alla circostanza che il soggetto che riceve i compensi sia o meno residente nel territorio dello Stato.
Nel primo caso, infatti, la ritenuta del 20 per cento è effettuata a titolo di acconto e la tassazione definitiva del compenso sarà effettuata dal percettore in sede di dichiarazione dei redditi.
In caso di soggetto non residente, invece, la ritenuta a titolo di imposta del 30 percento esaurisce la pretesa tributaria. Detta ritenuta, inoltre, non si applica sui compensi per prestazioni di lavoro autonomo corrisposti a stabili organizzazioni in Italia di soggetti non residenti.
Nel caso in esame, l’istante dichiara di aver fatturato prestazioni professionali negli ultimi mesi del 2018, anno in cui era fiscalmente residente in Italia e svolgeva in modo abituale attività di lavoro autonomo e che i relativi compensi sono incassati nel 2019, anno in cui ha residenza fiscale all’estero (Spagna) e non svolge più alcuna attività professionale nel nostro Paese. In tale fattispecie, dunque, i compensi relativi alle prestazioni di lavoro autonomo rese nel 2018, diventano rilevanti, ai fini delle imposte sui redditi, solo nel momento in cui gli stessi sono effettivamente percepiti, vale a dire nel 2019. Pertanto, è in tale ultimo periodo d’imposta che devono essere verificate le condizioni per la corretta tassazione dei compensi in oggetto.
Ne consegue che le somme in oggetto percepite nel 2019 rientrano nel regime fiscale secondo cui i compensi per prestazioni di lavoro autonomo, anche non abituale, corrisposti a soggetti non residenti devono essere assoggettati alla ritenuta a titolo di imposta nella misura del 30 per cento.
E’ solo il caso di precisare che, trattandosi di un reddito derivante dall’esercizio di un’attività indipendente svolta nel 2018 nel territorio italiano, il nostro Paese conserva la potestà impositiva sugli emolumenti in esame, sebbene percepiti dall’istante nell’anno successivo, ai sensi delle disposizioni contenute nella Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e l’altro Paese, in tal caso la Spagna.

Riqualificazione edifici esistenti: benefici ammessi alla coop edilizia subentrata alla società fallita

In tema di incentivi per la valorizzazione del patrimonio edilizio e cd. “sisma bonus”, le corrispondenti agevolazioni devono essere riconosciute alla cooperativa edilizia che, a seguito di fallimento della società di costruzione acquirente che ha iniziato la ricostruzione, subentri nella proprietà del fabbricato completandone la ricostruzione con i requisiti previsti dalle norme agevolative (Agenzia delle Entrate – Risposta ad interpello 11 dicembre 2019, n. 515)

IL CASO

Una società immobiliare di costruzione ha acquistato un edificio residenziale composto da più unità immobiliari e realizzato anteriormente al 1° settembre 1967, per il quale ha ottenuto le autorizzazioni relative ad un progetto di demolizione e ricostruzione, con ampliamento e redistribuzione della volumetria esistente.
Dopo aver avviato i lavori, con la realizzazione delle fondamenta e del piano interrato, e il frazionamento dei mappali, la società è fallita ed è stata accertata l’inefficacia della compravendita.
In tale contesto, l’edificio è acquistato dalla società cooperativa edilizia che intende beneficiare della agevolazioni previste in materia di valorizzazione del patrimonio edilizio e “sisma bonus”, procedendo al completamento della ricostruzione secondo il progetto autorizzato (ampliamento e redistribuzione della volumetria esistente), per cui gli immobili ricostruiti conseguiranno la classe energetica A o superiore, ed una riduzione del rischio sismico di almeno due classi.

NORMATIVA DI RIFERIMENTO

In tema di “valorizzazione del patrimonio edilizio” la norma di riferimento prevede l’applicazione di imposte di registro, ipotecaria e catastale nella misura fissa di euro 200 ciascuna, per i trasferimenti di interi fabbricati a favore di imprese di costruzione o di ristrutturazione immobiliare, ove ricorrano le seguenti condizioni:
– l’acquisto deve essere effettuato entro il 31 dicembre 2021 da imprese che svolgono attività di costruzione o ristrutturazione di edifici;
– l’acquisto deve avere come oggetto un “intero fabbricato” indipendentemente dalla natura dello stesso.
Il soggetto che acquista l’intero fabbricato, inoltre, entro 10 anni dalla data di acquisto deve provvedere:
– alla demolizione e ricostruzione di un nuovo fabbricato anche con variazione volumetrica, ove consentito dalle normative urbanistiche ovvero,
– ad eseguire interventi di manutenzione straordinaria, interventi di restauro e risanamento conservativo o interventi di ristrutturazione edilizia.
In entrambi i casi (ricostruzione o ristrutturazione edilizia) il nuovo fabbricato deve risultare conforme alla normativa antisismica e deve conseguire una delle classi energetiche NZEB (“Near Zero Energy Building”), A o B;
– all’alienazione delle unità immobiliari il cui volume complessivo superi il 75 per cento del volume dell’intero fabbricato.
Qualora non siano rispettate le condizioni sopra richiamate, in base alle quali è stata concessa l’agevolazione in sede di acquisto del fabbricato, le imposte di registro, ipotecaria e catastale sono dovute nella misura ordinaria con l’applicazione della sanzione del 30%.

Per quanto concerne il cd. “sisma bonus”, la norma si riferisce agli interventi di consolidamento delle parti strutturali di edifici o complessi di edifici esistenti; stabilisce il riconoscimento di detrazioni d’imposta in relazione agli interventi realizzati nei comuni ricadenti nelle zone classificate a rischio sismico 1, 2 e 3 mediante demolizione e ricostruzione di interi fabbricati da parte imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare – anche con variazione volumetrica rispetto all’edificio preesistente, nei limiti consentiti dalle norme urbanistiche – che determinino il passaggio ad una o a due classi inferiori di rischio sismico. In particolare, la detrazione (75% o 85% del prezzo della singola unità immobiliare, risultante nell’atto pubblico di compravendita, comunque, entro un ammontare massimo di spesa pari a 96 mila euro per ciascuna unità immobiliare) è riconosciuta agli acquirenti delle singole unità immobiliari, a condizione che l’impresa provveda alla vendita entro 18 mesi dalla data di conclusione dei lavori.

IL PARERE DEL FISCO

Con riferimento al caso esaminato, l’Agenzia delle Entrate ha ritenuto ammissibile a beneficiare delle agevolazioni di valorizzazione del patrimonio edilizio e “sisma bonus”, la cooperativa edilizia che completa la ricostruzione a seguito del subentro alla società di costruzione acquirente fallita.
In proposito l’Agenzia ha precisato:
– per quanto riguarda i benefici per la “valorizzazione del patrimonio edilizio”, che la norma intende agevolare i trasferimenti di interi fabbricati, a favore di imprese di costruzione o di ristrutturazione immobiliare, e nella definizione di imprese costruttrici, rientrano, tra l’altro, anche le cooperative edilizie che costruiscono, anche avvalendosi di imprese appaltatrici, alloggi da assegnare ai propri soci;
– per quanto riguarda il “sisma bonus”, che le detrazioni sono usufruibili anche dagli Istituti autonomi per le case popolari, nonché dalle cooperative di abitazione a proprietà indivisa per interventi realizzati su immobili dalle stesse posseduti e assegnati in godimento ai propri soci. Ne consegue che nell’ipotesi di cooperativa a proprietà “indivisa”, la detrazione spetta alla società cooperativa. Non può essere invece attribuita ai “soci” nell’ipotesi di cooperativa a proprietà “divisa”.