Decorrenza prescrizione crediti da lavoro e tutela reale, solo il Giudice può valutare la “sudditanza”

Nell’ipotesi in cui il personale ispettivo debba procedere all’adozione della diffida accertativa ed il rapporto di lavoro sia assistito dalla tutela reale, vanno considerati i soli crediti da lavoro il cui termine quinquennale di prescrizione, decorrente dal primo giorno utile per far valere il credito, anche se in costanza di rapporto di lavoro, non sia ancora maturato. Nella fattispecie, infatti, la sussistenza della condizione di “sudditanza psicologica”, che comporterebbe il rinvio del decorso della prescrizione al termine del rapporto, può essere valutata esclusivamente dall’Autorità giudiziaria adita dal lavoratore per far valere le proprie pretese (Ispettorato nazionale del lavoro, nota 23 gennaio 2020, n. 595)

Come noto, le somme corrisposte dal datore di lavoro al prestatore con periodicità annuale o infrannuale (art. 2948, n. 4 c.c.) e le indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro (art. 2948, n. 5, c.c.) si prescrivono nel termine quinquennale, con decorrenza dal momento in cui il diritto può essere fatto valere. Al riguardo, tuttavia, come specificato dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 63 del 10 giugno 1966) ed a più riprese dalla Corte di Cassazione, seppur con interventi non uniformi, la decorrenza di tale termine non opera in costanza di rapporto di lavoro, considerato che il lavoratore si potrebbe trovare in una condizione di “timore”, tale da indurlo a rinunciare alla pretesa dei propri diritti, almeno fino alla cessazione del rapporto stesso. Di contro, rimane ferma l’ordinaria decorrenza del termine per i rapporti di lavoro cui sia garantita la stabilità d’impiego (dipendenti dello Stato e degli altri enti pubblici) e per quelli cui sia assicurata la tutela reale. Peraltro, a tale riguardo, secondo gli orientamenti più recenti della giurisprudenza (Corte di Cassazione, sentenza n. 12553/2014), si è affermato il principio per il quale, anche laddove il rapporto sia assistito dalla tutela reale, è necessaria una valutazione caso per caso in ordine alla sussistenza del timore del licenziamento, venendo in rilievo anche le concrete modalità di espletamento del rapporto di lavoro. In sostanza, la sussistenza o meno di una condizione di “sudditanza psicologica”, connessa alla stabilità del rapporto di lavoro, deve essere valutata dall’Autorità giudiziaria adita dal lavoratore per far valere le proprie pretese.
Ciò premesso, nell’ipotesi in cui il personale ispettivo debba procedere all’adozione del provvedimento di diffida accertativa, la predetta complessa valutazione non può mai spettare all’organo di vigilanza nel corso dell’attività ispettiva, ma deve essere rimessa, anche in ragione dell’alternanza degli orientamenti giurisprudenziali, esclusivamente all’Autorità giudiziaria. Pertanto, considerato che la diffida accertativa ha come oggetto crediti certi, liquidi ed esigibili, come tali non fondati su elementi suscettibili di interpretazione, il personale ispettivo deve considerare i soli crediti da lavoro il cui termine quinquennale di prescrizione, decorrente dal primo giorno utile per far valere il diritto di credito, anche se in costanza di rapporto di lavoro, non sia ancora maturato. A tal fine, il personale ispettivo deve comunque tener conto di eventuali atti interruttivi della prescrizione esperiti dal lavoratore, quali la costituzione in mora (art. 1219 c.c.), da questi debitamente documentati all’organo di vigilanza. In proposito, secondo consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza n. 16465/2017), non si richiede che l’atto rispetti particolari formule, risultando sufficiente che contenga la chiara indicazione del soggetto obbligato e l’esplicitazione di una pretesa ovvero la richiesta di adempimento, idonea a manifestare l’inequivocabile volontà del titolare del credito di far valere il proprio diritto nei confronti del soggetto indicato, con l’effetto sostanziale di costituirlo in mora. In altri termini, è sufficiente che il creditore manifesti chiaramente, mediante atto scritto diretto al debitore ed a lui trasmesso con i mezzi idonei a garantirne la conoscenza legale, la volontà di ottenere il soddisfacimento del proprio diritto.
Infine, considerati i tempi necessari per la programmazione degli interventi ispettivi e per l’adozione degli atti di accertamento, appare opportuno che le Sedi territoriali, al momento dell’acquisizione della richiesta di intervento del lavoratore, rappresentino all’interessato la necessità di attivarsi inviando con raccomandata A/R atto di formale messa in mora del datore di lavoro, da produrre di seguito anche all’Ufficio, così da salvaguardare l’integrità del proprio diritto. Solo in presenza di atti interruttivi della prescrizione, documentati, il personale ispettivo potrà infatti adottare la diffida accertativa anche per crediti risalenti nel tempo, sempreché non siano comunque decorsi cinque anni dall’ultimo atto interruttivo della prescrizione.

Anche per il 2020 c’è il credito d’imposta per gli investimenti nelle regioni del centro/sud Italia

Prorogato fino al 31 dicembre 2020, il credito d’imposta riconosciuto alle imprese che effettuano investimenti nelle regioni centrali colpite dagli eventi sismici e alle imprese che acquistano beni strumentali destinati a strutture produttive ubicate nelle zone assistite del centro/sud Italia (art. 1, co. 218 e 319, L. n. 160/2019).

Il credito d’imposta riconosciuto alle imprese che effettuano investimenti nei comuni delle regioni Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo, colpiti dagli eventi sismici succedutisi dal 24 agosto 2016, è stato prorogato fino al 31 dicembre 2020. Il precedente termine era fissato al 31 dicembre 2019.
Il credito viene sempre attribuito nella misura del 25% per le grandi imprese, del 35% per le medie imprese e del 45% per le piccole imprese.

Anche il credito d’imposta riconosciuto alle imprese che invece acquistano beni strumentali nuovi, destinati alle strutture produttive ubicate nelle zone assistite delle regioni Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna, Molise e Abruzzo, è stato prorogato fino al 31 dicembre 2020.

Registrazione degli atti privati con modello”F24″

Estensione dell’utilizzo del modello di versamento “F24” anche alle somme dovute in relazione alla registrazione degli atti privati (AGENZIA DELLE ENTRATE – Provvedimento 27 gennaio 2020, n. 18379).

Per il versamento dei tributi e dei relativi interessi, sanzioni e accessori dovuti in relazione alla registrazione degli atti privati è utilizzato il modello di versamento “F24”.
L’utilizzo del modello di versamento “F24” decorre con riferimento agli atti presentati per la registrazione dal 2 marzo 2020.
Le disposizioni del provvedimento in oggetto si applicano a tutti gli atti privati soggetti a registrazione (in termine fisso, in caso d’uso o presentati volontariamente per la registrazione) sulla base di quanto previsto dal testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro (DPR n. 131/1986).
Con risoluzione dell’Agenzia delle entrate saranno istituiti i codici tributo da utilizzare per i versamenti di cui sopra e sono impartite le istruzioni per la compilazione dei modelli di pagamento.
Restano ferme le modalità di versamento, tramite modello F24, già previste per le somme dovute in relazione alla registrazione dei contratti di locazione e affitto di beni immobili e alla registrazione degli atti costitutivi delle start-up innovative, nonché gli appositi codici tributo da utilizzare.
Periodo transitorio:
– per il versamento delle somme di cui sopra, fino al 31 agosto 2020 può essere utilizzato il modello F23, secondo le attuali modalità;
– a partire dal 1° settembre 2020 i suddetti versamenti sono effettuati esclusivamente con il modello F24.
I versamenti richiesti a seguito di atti emessi dagli uffici dell’Agenzia delle entrate sono effettuati esclusivamente con il tipo di modello di pagamento indicato nell’atto stesso.

Novità del Piano Sanitario CADIPROF

Dall’1/1/2020 sono previste nuove prestazioni nel Piano Sanitario CADIPROF.

Nello specifico dall’1/1/2020 nel Piano Sanitario CADIPROF, per i lavoratori degli Studi Professionali, viene reintrodotta la visita specialistica di cardiologia in abbinamento all’elettrocardiogramma nell’ambito dei check-up di prevenzione cardio vascolare.
Gli assistiti potranno inoltre svolgere annualmente tutti gli esami ematochimici di base (analisi del sangue e delle urine), mentre rimangono a cadenza biennale i check-up oncologici e cardiovascolari.
Nell’ambito delle Ecografie, viene inoltre introdotta l’ecografia della tiroide (che va ad aggiungersi all’ecocolordoppler della tiroide, già precedentemente coperto).
Sempre con decorrenza 1/1/2020, esce dal novero degli esami previsti dai check-up di prevenzione, il dosaggio di omocisteina, in linea con le più recenti raccomandazioni medico scientifiche.

Lavoro a domicilio negli istituti di pena: ammissibilità e condizioni di utilizzo

Con nota n. 596 del 23 gennaio 2020, l’Ispettorato nazionale del lavoro chiarisce che non sussistono preclusioni normative in merito all’ammissibilità del lavoro a domicilio in ambito penitenziario, purché le attività lavorative svolte siano ontologicamente compatibili con le specificità della disciplina della tipologia contrattuale.

Come noto, negli istituti penitenziari e nelle strutture ove siano eseguite misure privative della libertà, devono essere favorite in ogni modo la destinazione al lavoro dei detenuti e degli internati e la loro partecipazione a corsi di formazione professionale, fermo restando che il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato (art. 20, L. n. 354/1975).
Le lavorazioni penitenziarie, sia all’interno che all’esterno, possono essere organizzate e gestite dalle Direzioni degli Istituti, o da imprese pubbliche e private e, in particolare, da imprese cooperative sociali, in locali concessi in comodato dalle direzioni (art. 47, D.P.R. n. 230/2000). L’attività lavorativa può dunque svolgersi anche in locali concessi in comodato d’uso dall’Istituto, che diventano a pieno titolo locali dell’azienda, fatta salva la possibilità del libero accesso da parte della Direzione per motivi inerenti la sicurezza dell’Istituto. Gli obblighi gravanti su azienda ed Istituto vengono definiti con apposita convenzione. L’azienda, in particolare, assume gli obblighi inerenti la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, nonché la corresponsione della retribuzione, l’adempimento degli oneri previdenziali ed assicurativi sulla base della tipologia contrattuale prescelta. I detenuti e internati che prestano la propria opera in tali lavorazioni, infatti, dipendono direttamente dalle imprese che le gestiscono. Queste ultime sono tenute a versare alla Direzione dell’Istituto la retribuzione dovuta al lavoratore, al netto delle ritenute, e l’importo degli eventuali assegni per il nucleo familiare; altresì, esse devono dimostrare alla Direzione l’adempimento degli obblighi relativi alla tutela assicurativa e previdenziale.
Ciò premesso, facendo seguito ad un quesito sottoposto dall’Ispettorato territoriale del lavoro di Padova, l’Ispettorato nazionale chiarisce che non sussistono, in termini generali, preclusioni normative con riferimento all’ammissibilità del lavoro a domicilio negli istituti di pena.
Al contrario, tale tipologia di lavoro risulta espressamente richiamata dagli articoli 47, comma 10, e articolo 52 del D.P.R. n. 230/2000 (“Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà”), nonché dall’articolo 19, comma 7, L. n. 56/1987, sempreché siano rispettate le modalità di cui all’articolo 51 del medesimo D.P.R.. È tuttavia necessario che le attività lavorative svolte siano ontologicamente compatibili con le specificità della disciplina del lavoro a domicilio. A tale riguardo, quindi, la verifica dell’organo di vigilanza deve essere effettuata secondo i medesimi criteri di valutazione adottati per le attività lavorative svolte presso il domicilio privato, a prescindere dalla contingente condizione di detenzione. Infine, nella determinazione del compenso del lavoratore a domicilio, va comunque tenuto conto della previsione per cui la remunerazione per ciascuna categoria di detenuti e internati che lavorano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria è stabilita, in relazione alla quantità e qualità del lavoro prestato, in misura pari ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi (art. 22, L. n. 354/1975).