Il dirigente è escluso dal blocco dei licenziamenti


I dirigenti non rientrano nella platea dei dipendenti beneficiari del blocco dei licenziamenti.


Nella specie, una società, visto il periodo di grandissima sofferenza economica e finanziaria, acuita dalle drammatiche conseguenze della pandemia Covid-19, aveva avviato un processo di riorganizzazione aziendale finalizzato alla progressiva integrazione ed ottimizzazione delle strutture operative, nell’ottica del contenimento dei costi e di una più utile gestione dell’impresa, sopprimendo la posizione lavorativa di un dirigente e ridistribuendo le relative funzioni ad altri responsabili aziendali. Il dirigente veniva così licenziato, con effetto immediato, nonché esonerato dal rendere in servizio il periodo di preavviso contrattualmente previsto.
Impugnando il recesso, il medesimo dirigente ha sostenuto la nullità e la illegittimità per più motivi. Si tratta, in particolare, di stabilire se il blocco riguardi anche la figura del dirigente.
Il dato letterale della disposizione non consente di ritenere che la figura del dirigente possa essere ricompresa nel blocco. Si è stabilito, infatti, che il datore di lavoro, indipendentemente dal numero dei dipendenti, non possa recedere dal contratto per giustificato motivo oggettivo ai sensi dell’art. 3 della legge n. 604/66, disposizione quest’ultima che pacificamente non si applica ai dirigenti sia per espressa previsione normativa sia per consolidato principio giurisprudenziale (cfr. Cass. n. 23894/2018 e Cass. n. 27199/2018).
L’esclusione della figura del dirigente convenzionale dal blocco dei licenziamenti – continuano i giudici – risulta coerente con lo spirito che sorregge l’eccezionale ed emergenziale previsione del blocco dei licenziamenti durante la pandemia. Il blocco è stato accompagnato da una pressoché generalizzata possibilità per le aziende, anche quelle piccole, di ricorrere agli ammortizzatori sociali, con la conseguenza che la cassa integrazione, estesa come detto a tutte le aziende, ha consentito a queste ultime di tamponare le perdite (attraverso una riduzione del costo del lavoro), permettendo la tutela occupazionale dei lavoratori, anche a fronte del blocco dei licenziamenti.
Dunuqe, per far fronte ad una emergenza sanitaria ed economica senza precedenti, il sistema così delineato appare ragionevolmente sorretto dal binomio divieto di licenziamento/costo del lavoro a carico della collettività.
Con riguardo ai dirigenti detto binomio non può stare in piedi, poiché a questi ultimi non è consentito, almeno in pendenza del rapporto di lavoro, di accedere agli ammortizzatori sociali. Di conseguenza, nell’ipotesi in cui venisse esteso il blocco dei licenziamenti anche ai dirigenti, il datore di lavoro si ritroverebbe nella condizione di non poter reperire una soluzione sostitutiva (come per tutti gli altri dipendenti non dirigenti) che permetta loro di garantire reddito e tutela occupazionale senza costi aggiuntivi. Ciò determinerebbe che della categoria dei dirigenti dovrebbe necessariamente farsene carico il datore di lavoro, pur in presenza di motivi tali da configurare un’ipotesi di giustificatezza del recesso. E ciò potrebbe determinare un profilo di incoerenza costituzionale tra estensione del blocco ai dirigenti e principio di libertà economica.
In definitiva, la lettera della norma e la ratio del sistema non consentono di includere i dirigenti nella platea dei dipendenti beneficiari del blocco (Tribunale di Roma, sentenza 19 aprile 2021, n. 3605).

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